Ditta individuale: costi, tasse e come aprirla nel 2026

Aprire una ditta individuale nel 2026 può essere una delle soluzioni più semplici per iniziare un’attività imprenditoriale senza costituire immediatamente una società. È una forma molto utilizzata da commercianti, artigiani e piccoli imprenditori perché permette di avviare l’attività con una struttura relativamente snella, senza capitale sociale minimo e senza dover necessariamente affrontare i costi e gli adempimenti tipici di una SRL.

La semplicità iniziale non significa però che la ditta individuale sia priva di costi o che sia sempre la soluzione più conveniente. Chi la apre deve considerare l’iscrizione al Registro delle Imprese, gli eventuali adempimenti amministrativi richiesti dall’attività, la posizione previdenziale INPS, il regime fiscale applicabile e soprattutto il fatto che titolare e impresa non sono separati nello stesso modo in cui lo sono una persona fisica e una società di capitali.

Questo aspetto diventa particolarmente importante quando l’attività cresce, aumenta il fatturato o comporta rischi economici rilevanti.

Il costo effettivo di una ditta individuale, inoltre, non coincide con la spesa sostenuta il giorno dell’apertura. Per un artigiano o un commerciante una delle voci più importanti può essere rappresentata dai contributi previdenziali, che nel 2026 prevedono un minimale contributivo annuale superiore a 4.500 euro nelle Gestioni INPS degli artigiani e commercianti. A questa cifra bisogna aggiungere le imposte e i normali costi necessari per svolgere concretamente l’attività.

Per capire quanto costa aprire e mantenere una ditta individuale nel 2026, quindi, bisogna analizzare separatamente apertura, previdenza, fiscalità e struttura economica dell’impresa. Solo dopo questo confronto è possibile capire se conviene realmente partire come impresa individuale oppure valutare una forma societaria come la SRL o la SRLS.

Cos’è una ditta individuale e come funziona

La ditta individuale è una forma con cui una persona fisica esercita direttamente un’attività d’impresa. Il titolare è quindi il soggetto che avvia, organizza e gestisce l’attività e che assume personalmente le obbligazioni derivanti dall’impresa secondo le regole previste dall’ordinamento. Non bisogna confondere questa struttura con quella di una società di capitali: nella SRL esiste un soggetto societario distinto dalla persona del socio, mentre nella ditta individuale il legame tra imprenditore e attività è molto più diretto.

È una soluzione particolarmente comune quando l’attività viene avviata da una sola persona e non c’è inizialmente la necessità di avere soci. Può essere utilizzata, a seconda dell’attività e dei requisiti previsti, per un negozio, un’attività artigianale, un’impresa di servizi, un e-commerce e numerose altre iniziative economiche. Naturalmente il corretto inquadramento dipende sempre dall’attività realmente esercitata e dal relativo codice ATECO, tema che abbiamo approfondito nell’articolo precedente del cluster.

Uno dei principali vantaggi è la relativa semplicità organizzativa. Non occorre costituire una società con capitale sociale e, salvo casi particolari legati all’attività, non è necessario affrontare l’atto costitutivo notarile tipico delle società di capitali.

Questo rende la ditta individuale particolarmente interessante per chi vuole testare un progetto imprenditoriale con una struttura iniziale ridotta. Dall’altro lato, però, bisogna considerare con attenzione la responsabilità personale del titolare e confrontarla con quella prevista dalle forme societarie.

Come aprire una ditta individuale nel 2026

L’apertura di una ditta individuale passa attraverso la Comunicazione Unica al Registro delle Imprese, che deve essere presentata telematicamente. Attraverso questa procedura è possibile assolvere in un unico flusso a diversi adempimenti necessari per l’avvio, tra cui attribuzione della Partita IVA, iscrizione al Registro delle Imprese, eventuale iscrizione all’Albo delle Imprese Artigiane, adempimenti INPS e INAIL ed eventuale SCIA destinata al SUAP quando richiesta dall’attività.

Nel 2026 la gestione telematica delle pratiche passa attraverso gli strumenti messi a disposizione dal sistema Registro Imprese. È interessante notare che dal 12 febbraio 2026 lo storico strumento ComUnica non è più disponibile come applicativo autonomo, mentre la trasmissione delle pratiche può essere effettuata tramite la funzione integrata in DIRE oppure mediante altre soluzioni di mercato abilitate.

Per il titolare sono inoltre necessari una casella PEC che funzioni come domicilio digitale dell’impresa e un dispositivo di firma digitale, salvo il caso in cui la pratica venga gestita attraverso un intermediario secondo le procedure previste.

Questo significa che l’apertura non consiste semplicemente nel richiedere un numero di Partita IVA. Quando si esercita un’attività come impresa individuale entra in gioco anche il sistema camerale e, a seconda dell’attività, possono essere necessarie ulteriori autorizzazioni o comunicazioni amministrative. Per esempio, un negozio, un’attività alimentare o un’attività artigianale possono richiedere adempimenti differenti rispetto a un’impresa che svolge servizi senza un locale aperto al pubblico.

Quanto costa aprire una ditta individuale nel 2026

Non esiste un costo unico valido per qualsiasi ditta individuale, perché le spese iniziali cambiano in funzione dell’attività, della Camera di Commercio competente, delle eventuali autorizzazioni e del fatto che il titolare gestisca autonomamente le pratiche oppure si rivolga a un commercialista, a un’associazione di categoria o a un altro intermediario.

In generale bisogna distinguere le spese strettamente amministrative da quelle professionali. Nell’apertura possono rientrare diritti e bolli legati alle pratiche camerali, diritto annuale della Camera di Commercio, PEC, firma digitale ed eventuali costi collegati a SCIA, autorizzazioni o procedure specifiche. A questi importi può aggiungersi il compenso del professionista che prepara e invia le pratiche.

Proprio per questa variabilità sarebbe sbagliato affermare che “aprire una ditta individuale costa 200 euro” oppure “costa 1.000 euro” senza conoscere l’attività. Una piccola attività di servizi può avere un costo iniziale relativamente contenuto, mentre un esercizio commerciale che richiede locale, autorizzazioni, attrezzature e altri adempimenti può richiedere investimenti completamente differenti. Il costo burocratico dell’apertura rappresenta spesso soltanto una piccola parte del capitale realmente necessario per iniziare a lavorare.

Il vero costo è mantenere la ditta individuale

Per molti nuovi imprenditori il problema principale non è infatti quanto costa aprire l’attività, ma quanto costa mantenerla ogni anno. Una volta avviata la ditta bisogna considerare i contributi previdenziali, le imposte, il diritto camerale, il commercialista e tutte le spese operative: affitto, utenze, merci, software, assicurazioni, attrezzature, carburante, pubblicità e servizi necessari per lavorare.

Immaginiamo, per esempio, una piccola attività che fattura 40.000 euro all’anno. Pensare che al titolare rimangano 40.000 euro sarebbe evidentemente sbagliato. Se l’impresa sostiene 12.000 euro di costi reali per locale, utenze, materiali e servizi, il primo margine economico scenderebbe già a 28.000 euro, prima ancora di valutare il funzionamento fiscale e previdenziale della posizione.

È proprio per questo che negli articoli precedenti abbiamo insistito sulla differenza tra fatturato e reddito realmente disponibile. Per una ditta individuale questa distinzione diventa ancora più importante perché le attività commerciali e artigianali possono avere una struttura di costi sensibilmente più elevata rispetto a quella di un libero professionista che lavora da casa con un computer.

Ditta individuale e regime forfettario: è possibile?

Una ditta individuale può, quando sono rispettati i requisiti previsti, applicare il regime forfettario. Questo è un punto importante perché spesso si pensa erroneamente che il forfettario sia riservato esclusivamente ai freelance o ai professionisti. In realtà il regime può essere utilizzato anche da persone fisiche che esercitano attività d’impresa, purché siano rispettate le condizioni previste dalla normativa.

Il funzionamento rimane quello che abbiamo analizzato nel secondo articolo del cluster. Il reddito imponibile non viene normalmente calcolato sottraendo analiticamente tutte le spese effettive dal fatturato, ma applicando ai ricavi il coefficiente di redditività previsto per il tipo di attività. È proprio qui che la scelta del codice ATECO assume particolare importanza, perché l’attività esercitata contribuisce a determinare il coefficiente applicabile.

Per una ditta individuale con costi reali molto elevati, però, la convenienza del forfettario deve essere analizzata con particolare attenzione. Un negozio che acquista molta merce, paga un affitto importante e sostiene numerose spese operative si trova in una situazione diversa rispetto a un’attività di servizi con costi minimi. Anche quando il forfettario è accessibile, quindi, è opportuno confrontare il risultato economico complessivo con le alternative disponibili.

Ditta individuale in forfettario: simulazione concreta

Facciamo una simulazione chiaramente dichiarata, perché il risultato cambia in base a codice ATECO, coefficiente di redditività, gestione previdenziale e situazione individuale. Immaginiamo un’attività che fattura 35.000 euro all’anno e che, esclusivamente per il nostro esempio, abbia un coefficiente di redditività del 40%.

Il reddito determinato secondo il meccanismo forfettario sarebbe:

35.000 × 40% = 14.000 euro.

Questo non significa che l’imprenditore abbia realmente sostenuto costi per il restante 60%, né che i 14.000 euro corrispondano automaticamente al suo guadagno effettivo. È semplicemente il risultato fiscale ottenuto applicando il coefficiente ipotizzato nella nostra simulazione. Successivamente bisogna considerare la contribuzione previdenziale e l’imposta sostitutiva secondo la situazione concreta del contribuente.

Se l’attività avesse realmente sostenuto 5.000 euro di costi, il suo risultato economico sarebbe molto differente da quello di un’altra impresa che, con lo stesso fatturato, ne avesse sostenuti 20.000. Ecco perché qualsiasi simulazione sul regime forfettario deve sempre distinguere il reddito fiscale convenzionale dal margine economico reale dell’attività.

Quanto paga di INPS una ditta individuale nel 2026

Per molte ditte individuali artigiane o commerciali, la previdenza rappresenta una delle principali spese annuali. Nel 2026 l’INPS ha fissato il reddito minimale utilizzato per la contribuzione a 18.808 euro. Il contributo annuale calcolato sul minimale è pari a 4.521,36 euro per gli artigiani e 4.611,64 euro per i commercianti, comprensivo delle componenti indicate dall’Istituto.

Le aliquote contributive sono pari al 24% per gli artigiani e al 24,48% per i commercianti. Quando il reddito supera il minimale di 18.808 euro, sulla quota eccedente si applicano le aliquote previste fino alla prima fascia di 56.224 euro; oltre tale importo l’aliquota aumenta di un punto percentuale, arrivando rispettivamente al 25% e 25,48% secondo le regole INPS 2026.

Questo dato è fondamentale per chi avvia una piccola attività. Un commerciante che nel primo anno produce un reddito molto basso non può semplicemente presumere di pagare pochissimo di previdenza, perché la Gestione commercianti utilizza il meccanismo del minimale. È una delle principali differenze rispetto a molte attività professionali iscritte alla Gestione Separata, che abbiamo analizzato nel precedente articolo dedicato all’INPS delle Partite IVA.

Simulazione: quanto pesa l’INPS su una piccola ditta

Immaginiamo un artigiano con un’attività appena avviata e un reddito previdenziale che non supera il minimale previsto per il 2026. In una simulazione semplice, il contributo annuale minimo indicato dall’INPS è pari a 4.521,36 euro. Dividendo l’importo per dodici mesi otteniamo un’incidenza media di circa 377 euro al mese, anche se i versamenti non vengono effettuati mensilmente.

Per un commerciante, il contributo minimo annuale 2026 è invece 4.611,64 euro, che corrisponde a un’incidenza economica media di circa 384 euro mensili. Queste cifre permettono di comprendere perché una ditta individuale con ricavi molto bassi possa trovarsi in difficoltà: i costi previdenziali incidono fortemente quando il margine dell’attività è ancora limitato.

Se un piccolo negozio producesse, per esempio, soltanto 10.000 euro di margine economico effettivo prima dell’INPS, una contribuzione nell’ordine di 4.600 euro avrebbe un peso enorme sulla redditività. Questo non significa che la ditta individuale sia necessariamente sconveniente, ma dimostra quanto sia importante costruire una previsione economica prima dell’apertura, non dopo.

Riduzione INPS del 35% per il forfettario

Per determinati artigiani e commercianti che applicano il regime forfettario è previsto un regime previdenziale agevolato che può comportare una riduzione del 35% della contribuzione dovuta, quando vengono rispettati i requisiti e gli adempimenti previsti. La circolare INPS relativa alla contribuzione 2026 continua a disciplinare questo meccanismo agevolato.

Utilizzando esclusivamente un esempio matematico, se prendessimo un contributo teorico di 4.500 euro e applicassimo una riduzione del 35%, la diminuzione sarebbe pari a 1.575 euro e il costo residuo diventerebbe circa 2.925 euro. Il calcolo serve soltanto a mostrare l’effetto percentuale: l’importo reale deve essere determinato sulla posizione specifica dell’imprenditore.

Bisogna inoltre ricordare che ridurre i contributi non produce soltanto un vantaggio immediato in termini di liquidità. La contribuzione previdenziale ha effetti anche sulla posizione pensionistica, quindi l’agevolazione dovrebbe essere valutata considerando sia il risparmio presente sia le conseguenze contributive nel tempo.

Quando si pagano i contributi

Nel 2026 i contributi dovuti sul minimale da artigiani e commercianti vengono versati in quattro rate. L’INPS indica le scadenze del 18 maggio 2026, 20 agosto 2026, 16 novembre 2026 e 16 febbraio 2027 per la contribuzione sul minimale.

Per la parte dovuta sul reddito eccedente il minimale, invece, i versamenti seguono le scadenze collegate alle imposte sui redditi. Per il ciclo dichiarativo 2026 l’INPS ha indicato il 30 giugno 2026 per saldo e primo acconto, con le modalità alternative previste, e il 30 novembre 2026 per il secondo acconto.

Questo calendario rende evidente l’importanza degli accantonamenti. L’imprenditore che utilizza tutti gli incassi dell’attività per pagare spese correnti o prelievi personali rischia di trovarsi senza liquidità quando arrivano i versamenti previdenziali. Per una ditta individuale è quindi molto utile considerare tasse e contributi come denaro già impegnato, anche quando la relativa scadenza arriverà diversi mesi dopo.

Quali tasse paga una ditta individuale

La risposta dipende dal regime fiscale applicato. Una ditta individuale che possiede i requisiti per utilizzare il regime forfettario segue le regole dell’imposta sostitutiva previste da tale sistema. Come abbiamo visto nell’articolo dedicato al forfettario, l’imposta ordinaria è del 15%, mentre può scendere al 5% nei primi cinque periodi d’imposta quando vengono soddisfatte tutte le condizioni previste per una nuova attività.

Se invece la ditta individuale opera fuori dal regime forfettario, il reddito dell’impresa entra nel sistema fiscale ordinario previsto per la persona fisica, con le relative regole di determinazione del reddito, IVA e imposizione applicabile. In questa situazione assumono particolare rilievo i costi effettivamente sostenuti dall’impresa, tema che abbiamo affrontato nell’articolo dedicato alle spese scaricabili con Partita IVA.

È quindi sbagliato associare automaticamente la ditta individuale a un’unica aliquota. Due imprese individuali con lo stesso fatturato possono pagare importi molto differenti perché una opera in forfettario, l’altra in ordinario, una è artigiana e l’altra commerciale, una sostiene pochi costi e l’altra ha una struttura molto più pesante.

Ditta individuale e responsabilità personale

Questo è probabilmente il principale elemento da confrontare con una SRL. Nella ditta individuale il titolare assume personalmente l’attività imprenditoriale e non beneficia della separazione patrimoniale tipica delle società di capitali. Per questo, quando il business comporta debiti importanti, investimenti elevati, dipendenti, contratti rilevanti o rischi economici significativi, la struttura giuridica diventa una decisione molto più importante della semplice convenienza fiscale.

Immaginiamo un’attività che richiede un investimento iniziale di 15.000 euro e ha pochissimi rischi contrattuali. La semplicità della ditta individuale potrebbe essere molto interessante. Immaginiamo invece un’impresa che deve assumere cinque dipendenti, firmare un contratto di locazione importante, acquistare 100.000 euro di merci e ottenere finanziamenti. In questo secondo caso la valutazione della struttura societaria dovrebbe essere molto più approfondita.

Per questa ragione non è corretto scegliere tra ditta individuale e SRL limitandosi a chiedere quale delle due “paga meno tasse”. Fiscalità, responsabilità patrimoniale, costi amministrativi, dimensione dell’attività e prospettive di crescita devono essere valutati insieme.

Ditta individuale o libero professionista: qual è la differenza

Anche questa distinzione crea molta confusione. Avere una Partita IVA non significa automaticamente avere una ditta individuale. Un libero professionista può esercitare la propria attività come lavoratore autonomo senza essere un’impresa individuale iscritta al Registro delle Imprese, quando la natura dell’attività e la normativa applicabile lo consentono.

La differenza produce conseguenze concrete. Un professionista in Gestione Separata può avere un sistema contributivo proporzionale al reddito, mentre artigiani e commercianti iscritti alle rispettive Gestioni INPS devono confrontarsi con la contribuzione sul minimale. Cambiano anche gli adempimenti amministrativi e camerali.

Questo è uno dei motivi per cui il codice ATECO e la descrizione reale dell’attività devono essere verificati prima dell’apertura. Non bisogna decidere autonomamente di essere “professionista” o “impresa” semplicemente in base alla soluzione che sembra economicamente più conveniente.

Quanto deve fatturare una ditta individuale per essere conveniente

Non esiste un fatturato minimo universale. Una ditta individuale che vende servizi ad alto margine potrebbe essere sostenibile anche con ricavi relativamente contenuti, mentre un negozio con margini ridotti potrebbe dover fatturare molto di più per generare lo stesso reddito personale.

Facciamo una simulazione economica semplice. Immaginiamo una piccola attività commerciale con 60.000 euro di ricavi annui e un margine lordo, dopo acquisto delle merci e principali spese operative, di 25.000 euro. Da questo importo bisogna ancora considerare contribuzione previdenziale e fiscalità secondo il regime applicabile. Un’altra attività di servizi potrebbe fatturare 40.000 euro, sostenere soltanto 5.000 euro di costi reali e avere quindi un margine economico prima di imposte e contributi molto più elevato.

Il confronto dimostra che il fatturato da solo dice pochissimo sulla convenienza di una ditta individuale. Il numero realmente importante è il margine che rimane dopo aver sostenuto i costi necessari per produrre quei ricavi. È lo stesso principio che abbiamo utilizzato negli articoli dedicati a quanto bisogna fatturare per ottenere 1.500 o 2.000 euro netti al mese.

Quando conviene aprire una ditta individuale

La ditta individuale può essere particolarmente adatta quando l’attività viene svolta da una sola persona, la struttura è relativamente semplice, l’investimento iniziale non è eccessivamente elevato e non esiste ancora la necessità di coinvolgere soci. La minore complessità rispetto a una società può rendere più semplice iniziare, soprattutto quando si vuole testare la sostenibilità economica del progetto prima di costruire una struttura più articolata.

Può essere una soluzione interessante anche quando il fatturato e i rischi sono inizialmente contenuti e l’imprenditore vuole mantenere una gestione amministrativa relativamente snella. Se inoltre sono rispettate le condizioni per il regime forfettario, la combinazione tra ditta individuale e regime agevolato può risultare conveniente in diverse situazioni.

Il discorso cambia quando aumentano rischi, investimenti, utili, dipendenti o necessità di avere soci. In questi casi può diventare opportuno confrontare i costi della ditta individuale con quelli di una SRL, non soltanto dal punto di vista fiscale ma anche sotto il profilo della responsabilità e della crescita futura.

Quando può diventare conveniente passare a una SRL

Non esiste un fatturato preciso oltre il quale bisogna automaticamente trasformare una ditta individuale in SRL. È uno dei falsi miti più diffusi. Due attività che fatturano entrambe 100.000 euro possono avere esigenze completamente diverse: una può sostenere pochissimi costi e avere un rischio limitato, mentre l’altra può avere dipendenti, debiti, magazzino e importanti responsabilità contrattuali.

Il passaggio alla società diventa generalmente più interessante quando la complessità dell’attività aumenta e la separazione tra patrimonio personale e patrimonio dell’impresa acquista maggiore valore. Anche l’ingresso di nuovi soci, la necessità di reinvestire gli utili, la ricerca di capitali e la pianificazione fiscale possono rendere utile una struttura societaria.

Per questo motivo la decisione dovrebbe essere effettuata attraverso una simulazione comparativa. Bisogna calcolare quanto costa realmente continuare come ditta individuale e quanto costerebbe operare attraverso una SRL, includendo non soltanto le imposte ma anche commercialista, adempimenti societari, contributi e modalità con cui il titolare preleva il denaro dalla società.

Quanto costa chiudere una ditta individuale

Anche la semplicità della cessazione può essere un elemento interessante rispetto a strutture societarie più complesse. La chiusura dell’impresa individuale passa attraverso una pratica telematica al Registro delle Imprese e, quando necessario, le comunicazioni agli altri enti vengono integrate attraverso la Comunicazione Unica.

Possono naturalmente esistere costi amministrativi e professionali legati alla chiusura e bisogna regolarizzare tutte le posizioni ancora aperte. Se l’impresa ha debiti, contratti, dipendenti, merci o altri rapporti economici, cessare formalmente la Partita IVA non significa far scomparire automaticamente tali obbligazioni.

La possibilità di chiudere con una procedura relativamente semplice non dovrebbe quindi essere interpretata come assenza di conseguenze. È sempre opportuno pianificare correttamente anche la cessazione dell’attività.

FAQ – Ditta individuale 2026

Quanto costa aprire una ditta individuale nel 2026?
Non esiste un costo unico. Bisogna considerare diritti e bolli camerali quando dovuti, diritto annuale, PEC, firma digitale, eventuali autorizzazioni o SCIA e il costo dell’intermediario o commercialista quando ci si affida a un professionista.

Serve il notaio per aprire una ditta individuale?
Normalmente l’apertura di una ditta individuale non richiede l’atto costitutivo notarile tipico delle società di capitali. Bisogna però verificare eventuali particolarità legate all’attività esercitata.

Quanto paga di INPS una ditta individuale?
Dipende dall’inquadramento previdenziale. Per il 2026 il contributo annuale sul minimale è pari a 4.521,36 euro per gli artigiani e 4.611,64 euro per i commercianti. Se il reddito supera il minimale, sono dovuti ulteriori contributi secondo le aliquote previste.

Una ditta individuale può essere forfettaria?
Sì, quando il titolare è una persona fisica e vengono rispettati tutti i requisiti previsti per l’accesso e la permanenza nel regime forfettario.

Posso aprire una ditta individuale da solo?
La procedura è telematica e passa attraverso la Comunicazione Unica al Registro delle Imprese. È possibile utilizzare gli strumenti previsti dal sistema camerale oppure affidare la pratica a un intermediario.

Ditta individuale e Partita IVA sono la stessa cosa?
No. La Partita IVA è una posizione fiscale che può essere utilizzata anche da un libero professionista. La ditta individuale è invece una forma di esercizio dell’attività d’impresa da parte di una persona fisica.

Quando conviene passare da ditta individuale a SRL?
Non esiste una soglia di fatturato valida per tutti. Bisogna confrontare responsabilità, utili, costi, investimenti, rischio dell’attività e prospettive di crescita.

Conclusione

Aprire una ditta individuale nel 2026 può rappresentare una soluzione efficace per chi vuole iniziare un’attività imprenditoriale in prima persona senza costituire immediatamente una società. L’apertura è relativamente semplice e viene gestita telematicamente attraverso la Comunicazione Unica al Registro delle Imprese, che permette di coordinare diversi adempimenti verso Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL e, quando necessario, SUAP.

Il vero punto da valutare, però, non è tanto il costo iniziale quanto la sostenibilità annuale dell’attività. Per artigiani e commercianti i contributi previdenziali rappresentano una voce importante: nel 2026 il minimale INPS è di 18.808 euro e i contributi minimi annuali superano i 4.500 euro. A questo bisogna aggiungere fiscalità, Camera di Commercio, commercialista e soprattutto i costi effettivi necessari per produrre il fatturato.

Per questo la ditta individuale è particolarmente interessante quando l’attività è relativamente semplice, viene gestita da una sola persona e presenta rischi e investimenti iniziali contenuti. Quando invece crescono fatturato, utili, dipendenti, debiti, investimenti o necessità di coinvolgere altri soci, diventa sempre più importante confrontare la struttura individuale con una società di capitali.

Il passaggio naturale del nostro cluster è quindi proprio questo confronto. Nel prossimo articolo analizzeremo la SRLS, una forma societaria spesso presentata come soluzione economica per iniziare, verificando quanto costa realmente aprirla nel 2026, quali spese bisogna sostenere ogni anno e soprattutto quando conviene rispetto alla ditta individuale e alla SRL ordinaria.

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Di Renan

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