Il regime forfettario nel 2026 continua a rappresentare uno dei regimi fiscali più interessanti e discussi per professionisti, lavoratori autonomi e piccole attività che possiedono i requisiti necessari per utilizzarlo. La ragione della sua popolarità è relativamente semplice: rispetto alla contabilità ordinaria offre una gestione fiscale meno complessa e prevede un’imposta sostitutiva che, nella generalità dei casi, è pari al 15 per cento, con possibilità di riduzione al 5 per cento per i primi cinque anni quando vengono rispettate le condizioni previste per le nuove attività.
Questo non significa però che chi aderisce al forfettario paghi semplicemente il 5 o il 15 per cento di tutto ciò che fattura. È proprio qui che nasce una delle maggiori confusioni, quella che porta molti contribuenti a farsi illusioni su quanto effettivamente resterà nelle loro tasche a fine anno.
Per capire quanto si paga realmente con il regime forfettario bisogna distinguere tra fatturato, reddito imponibile, coefficiente di redditività, contributi previdenziali e imposta sostitutiva. Ogni elemento ha un peso specifico e influenza il risultato finale in modo determinante.
Il regime presenta inoltre limiti e cause di esclusione che devono essere controllati prima dell’accesso e durante la permanenza, per evitare spiacevoli sorprese che potrebbero compromettere la posizione fiscale del contribuente. Vediamo quindi come funziona il regime forfettario 2026, chi può utilizzarlo, quali sono i limiti di fatturato e soprattutto come stimare concretamente tasse e contributi, per fare una scelta consapevole e informata.
Cos’è il regime forfettario e come funziona
Il regime forfettario è un regime fiscale agevolato rivolto alle persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni e rispettano le condizioni previste dalla normativa. La principale differenza rispetto alla contabilità ordinaria riguarda il modo in cui viene calcolato il reddito imponibile, che è il punto di partenza per determinare le imposte da versare.
Nel regime ordinario, semplificando, il reddito dell’attività viene generalmente determinato considerando ricavi e costi effettivamente sostenuti secondo le regole fiscali applicabili. Ogni spesa documentata e riconosciuta fiscalmente concorre a ridurre il reddito imponibile. Nel forfettario viene invece utilizzato un meccanismo differente, più semplice ma meno flessibile. Ai ricavi o compensi percepiti viene applicato un coefficiente di redditività, stabilito in funzione dell’attività esercitata. Il risultato rappresenta il punto di partenza per determinare il reddito imponibile sul quale viene applicata l’imposta sostitutiva.
Questo significa che il contribuente non deduce normalmente una per una le spese dell’attività secondo il meccanismo tipico del regime ordinario. È una caratteristica fondamentale da comprendere perché rende il regime estremamente interessante per alcune attività, ma potenzialmente meno conveniente per altre. Un professionista che sostiene pochi costi può trovarlo particolarmente favorevole, mentre un’attività con spese molto elevate per merci, locali, personale o attrezzature deve invece fare una valutazione più approfondita.
La semplicità amministrativa è un altro dei punti di forza del regime. Gli adempimenti sono ridotti, le scadenze sono meno numerose e la gestione quotidiana è meno gravosa rispetto alla contabilità ordinaria. Questo aspetto, spesso sottovalutato, può fare la differenza per chi ha appena iniziato la propria attività e non ha ancora le risorse per affrontare una gestione contabile complessa.
I limiti del regime forfettario nel 2026: cosa sapere su 85.000 e 100.000 euro
Il limite principale da conoscere riguarda i ricavi o compensi. Per l’accesso e la permanenza nel regime forfettario, la normativa prevede una soglia ordinaria di 85.000 euro. Questo significa che, in linea generale, il contribuente deve verificare che i ricavi o compensi rilevanti ai fini dell’applicazione del regime non superino questa cifra.
Esiste inoltre una distinzione fondamentale quando la soglia viene superata. Se i ricavi o compensi superano gli 85.000 euro ma non oltrepassano 100.000 euro, l’uscita dal regime opera secondo le regole previste per il periodo successivo: il contribuente può concludere l’anno in forfettario, ma dall’anno successivo dovrà passare al regime ordinario. Quando invece vengono superati 100.000 euro, il regime forfettario cessa di avere applicazione nello stesso anno, con effetti immediati sulla posizione fiscale del contribuente.
La differenza tra queste due soglie è quindi estremamente importante. Non bisogna interpretare 100.000 euro come il normale limite del regime forfettario: la soglia ordinaria resta 85.000 euro, e i 100.000 euro rappresentano solo un’eccezione che produce conseguenze diverse quando viene superata. Chi si avvicina agli 85.000 euro dovrebbe quindi pianificare in anticipo il possibile passaggio al regime successivo e valutare attentamente l’andamento dei propri incassi. Aspettare l’ultima fattura dell’anno per affrontare il problema può rendere la gestione fiscale molto più complicata.
Il calcolo dell’imposta sostitutiva: come si determina quanto si paga realmente
L’imposta sostitutiva ordinaria del regime forfettario è pari al 15 per cento. Questa imposta sostituisce, nei termini previsti dalla normativa, le ordinarie imposte sui redditi e le relative addizionali. Il calcolo però non viene effettuato direttamente sull’intero fatturato, come molti erroneamente credono.
Facciamo un esempio concreto per capire il meccanismo. Supponiamo che un professionista abbia ricavi annuali pari a 30.000 euro e un coefficiente di redditività del 78 per cento, tipico di molte attività professionali. Il reddito determinato applicando il coefficiente sarà: 30.000 moltiplicato 78 per cento, che dà 23.400 euro.
Questo valore costituisce la base da cui prosegue il calcolo fiscale, considerando anche i contributi previdenziali deducibili secondo le regole applicabili. L’imposta sostitutiva viene quindi applicata al reddito imponibile risultante, che è inferiore al fatturato complessivo.
Per questa ragione dire “con il forfettario pago il 15 per cento del fatturato” non è corretto. Il 15 per cento viene applicato al reddito imponibile determinato secondo le regole del regime, e non automaticamente a tutti i ricavi incassati. Questa differenza è sostanziale e può portare a una significativa sovrastima delle imposte dovute se non viene compresa correttamente.
Il 5 per cento per le nuove attività: quando si applica e come funziona
Una delle caratteristiche più interessanti del regime forfettario riguarda l’aliquota ridotta prevista per determinate nuove attività. Quando vengono rispettati i requisiti stabiliti dalla normativa, l’imposta sostitutiva può essere applicata nella misura del 5 per cento per il periodo d’imposta in cui l’attività viene iniziata e per i quattro successivi. In pratica, l’agevolazione può coprire complessivamente cinque periodi d’imposta, un arco temporale significativo che può fare una differenza importante nei primi anni di attività.
Non basta tuttavia aprire una nuova Partita IVA per avere automaticamente diritto al 5 per cento. Tra gli aspetti da verificare rientrano le condizioni relative alle attività eventualmente esercitate precedentemente e alla reale natura di nuova attività.
L’obiettivo della norma è infatti agevolare l’avvio di una nuova iniziativa economica, evitando che un’attività già esistente venga semplicemente riorganizzata formalmente per beneficiare dell’aliquota ridotta. Quando le condizioni non sono soddisfatte, l’imposta sostitutiva viene applicata con l’aliquota ordinaria del 15 per cento.
La scelta tra 5 e 15 per cento non è quindi automatica, ma richiede una verifica accurata dei requisiti. In caso di dubbi, è sempre consigliabile consultare un professionista che possa valutare la propria situazione specifica e indicare se si ha diritto all’aliquota agevolata.
Il coefficiente di redditività: l’elemento centrale del calcolo forfettario
Il coefficiente di redditività è uno degli elementi centrali del regime forfettario. La percentuale varia in base alla tipologia di attività e viene collegata al relativo settore economico. Il concetto può essere compreso facilmente con un esempio: se un’attività fattura 40.000 euro e ha un coefficiente di redditività del 78 per cento, il reddito determinato attraverso il coefficiente sarà di 31.200 euro. Il restante 22 per cento viene sostanzialmente considerato dal meccanismo forfettario come quota collegata ai costi.
Non significa tuttavia che il contribuente abbia realmente speso quella cifra. Potrebbe aver speso molto meno oppure molto di più. Ed è proprio per questo che il regime può risultare più conveniente per attività con costi effettivi contenuti. Se un professionista fattura 40.000 euro e sostiene soltanto 3.000 euro di costi reali, il sistema può essere molto interessante. Se un’attività fattura la stessa cifra ma sostiene 20.000 euro di spese effettive, la convenienza deve essere analizzata con maggiore attenzione.
I coefficienti di redditività sono stabiliti per legge e variano a seconda dell’attività svolta. Per le attività professionali, il coefficiente è spesso intorno al 78 per cento. Per le attività commerciali, può essere più basso, come nel caso dei commercianti all’ingrosso, o più alto, come per i ristoratori. Conoscere il coefficiente della propria attività è il primo passo per fare una simulazione realistica del proprio carico fiscale.
Regime forfettario e spese: cosa si può realmente considerare
Questa è una delle domande più frequenti tra chi si avvicina al regime forfettario. Nel regime forfettario non funziona normalmente il meccanismo classico secondo il quale si sommano tutte le fatture di acquisto per abbattere analiticamente il reddito imponibile.
Computer, telefono, automobile, carburante, affitto dell’ufficio e numerose altre spese non vengono quindi generalmente sottratte una per una dal fatturato per determinare il reddito secondo il sistema ordinario. La componente di costo viene considerata attraverso il coefficiente di redditività.
Una rilevante eccezione riguarda i contributi previdenziali obbligatori versati, che entrano nel calcolo fiscale secondo le specifiche regole previste. I contributi versati all’INPS o alle casse professionali possono essere dedotti dal reddito imponibile, riducendo la base su cui viene calcolata l’imposta sostitutiva. Questa deducibilità è un elemento importante che va sempre considerato nella simulazione.
Questa struttura rende il regime forfettario particolarmente adatto a chi ha costi bassi e vuole evitare la complessità della contabilità analitica. Chi invece sostiene spese molto elevate potrebbe trovare più conveniente, in determinate situazioni, un regime che permetta di riconoscere fiscalmente i costi effettivamente sostenuti. La scelta tra forfettario e ordinario dovrebbe quindi basarsi su una valutazione attenta della propria struttura di costi.
Contributi INPS nel regime forfettario
Essere nel regime forfettario non significa essere esonerati dal pagamento dei contributi previdenziali. Tasse e contributi sono due componenti differenti, e non bisogna confonderle. Il sistema previdenziale applicabile dipende dal tipo di attività svolta. Un professionista senza una propria cassa previdenziale può essere iscritto alla Gestione Separata INPS, mentre artigiani e commercianti possono essere iscritti alle rispettive Gestioni speciali.
Le modalità di calcolo dei contributi sono differenti per ogni gestione. Per la Gestione Separata, i contributi vengono calcolati sul reddito imponibile determinato applicando il coefficiente di redditività. Per artigiani e commercianti, il calcolo tiene conto del reddito e delle fasce contributive previste. Per questo due persone entrambe in regime forfettario e con lo stesso fatturato possono ritrovarsi a pagare importi previdenziali differenti.
Nel 2026 l’INPS ha pubblicato le aliquote e i valori di riferimento della Gestione Separata e ha inoltre confermato per artigiani e commercianti le aliquote pensionistiche previste per l’anno. I contributi rappresentano una componente significativa del costo complessivo dell’attività, e vanno quindi considerati con attenzione nella pianificazione fiscale.
La riduzione INPS del 35 per cento per artigiani e commercianti
Un aspetto particolarmente interessante riguarda artigiani e commercianti che possono accedere, rispettando le condizioni previste, al regime previdenziale agevolato collegato al forfettario. Nel 2026 l’INPS conferma che questo regime comporta una riduzione del 35 per cento della contribuzione per gli aventi diritto. L’agevolazione non deve però essere confusa con l’imposta sostitutiva del 5 o del 15 per cento. Sono due meccanismi differenti: l’imposta sostitutiva riguarda la fiscalità, mentre la riduzione del 35 per cento riguarda invece i contributi previdenziali di determinate categorie.
L’accesso al regime contributivo agevolato è inoltre facoltativo e soggetto agli specifici adempimenti previsti. Prima di richiederlo è opportuno valutarne anche gli effetti previdenziali, perché versare contributi inferiori può incidere sulla posizione contributiva del lavoratore e sull’importo della pensione futura. È una scelta che va fatta con consapevolezza, considerando sia il risparmio immediato sia le conseguenze a lungo termine.
Regime forfettario e IVA
Un’altra caratteristica del regime riguarda l’IVA. Nel funzionamento ordinario del forfettario, il contribuente non applica l’IVA alle operazioni secondo il normale meccanismo previsto per i soggetti in regime IVA ordinario, nei limiti e alle condizioni stabiliti dalla normativa. Dall’altra parte, però, non beneficia normalmente della detrazione dell’IVA sugli acquisti secondo il sistema ordinario.
Questo può costituire un vantaggio competitivo in determinate attività rivolte ai consumatori finali, perché permette di praticare prezzi più competitivi non dovendo caricare l’IVA in fattura. Può essere invece meno rilevante quando si lavora prevalentemente con altre aziende, che potrebbero preferire fatture con IVA per poterla detrarre. Anche questo elemento va quindi inserito nella valutazione complessiva del regime fiscale.
Quando conviene il regime forfettario e quando può non convenire
Il regime forfettario tende a essere particolarmente interessante quando l’attività presenta alcune caratteristiche specifiche. Per esempio, può risultare favorevole quando il fatturato rientra nei limiti previsti, i costi effettivi dell’attività sono relativamente bassi, il coefficiente di redditività è compatibile con la struttura reale dei costi, non esistono cause ostative e la semplicità amministrativa rappresenta un vantaggio concreto. È frequentemente il caso di consulenti, freelance e attività professionali che non necessitano di una grande struttura organizzativa.
Non significa però che sia sempre la scelta migliore. Immaginiamo due attività con lo stesso fatturato di 60.000 euro. La prima sostiene 5.000 euro di costi reali. La seconda ne sostiene 30.000. È evidente che la loro situazione economica è profondamente diversa.
Il sistema forfettario non determina il reddito partendo semplicemente dalla differenza tra ricavi e tutti i costi effettivamente sostenuti. Di conseguenza, quando un’attività richiede molta merce, locali costosi, macchinari, grandi investimenti, numerosi servizi esterni o spese operative elevate, diventa particolarmente importante confrontare il regime forfettario con le alternative disponibili.
La scelta fiscale non dovrebbe quindi essere effettuata semplicemente perché “il forfettario ha il 15 per cento”. Bisogna confrontare il carico fiscale e contributivo complessivo, facendo simulazioni che considerino tutti gli elementi: fatturato, costi reali, coefficiente di redditività, contributi, imposta sostitutiva e IVA.
Forfettario o regime ordinario: come scegliere
Il metodo migliore consiste nel fare una simulazione. Bisogna stimare il fatturato previsto, sottrarre i costi reali dell’attività e confrontare il risultato economico e fiscale ottenibile con i diversi regimi applicabili. Occorre inoltre considerare IVA, contributi previdenziali, possibilità di dedurre i costi, eventuali detrazioni personali e struttura complessiva dell’attività.
Una persona con 50.000 euro di fatturato e pochissime spese può avere esigenze completamente differenti da un imprenditore che fattura la stessa cifra ma deve acquistare grandi quantità di merce. La domanda corretta non è quindi “il forfettario conviene?” ma “il regime forfettario conviene per la mia attività?”.
Prima di scegliere è quindi consigliabile effettuare almeno due simulazioni: una in regime forfettario e una in regime ordinario. Soltanto confrontando quanto rimane effettivamente netto è possibile prendere una decisione economicamente razionale e consapevole.
FAQ: Domande frequenti sul regime forfettario 2026
1. Qual è il limite del regime forfettario nel 2026?
La soglia ordinaria di ricavi o compensi prevista per il regime forfettario è di 85.000 euro, fermo restando il rispetto degli altri requisiti e delle cause di esclusione.
2. Cosa succede se supero 85.000 euro?
Il superamento della soglia ordinaria comporta l’uscita dal regime secondo le regole previste dalla normativa. Se invece i ricavi o compensi superano 100.000 euro, il regime cessa di applicarsi già nello stesso anno.
3. Quanto si paga di tasse con il forfettario?
L’imposta sostitutiva ordinaria è pari al 15 per cento del reddito imponibile determinato secondo le regole del regime, e non semplicemente al 15 per cento del fatturato.
4. Quando si paga il 5 per cento?
L’aliquota può scendere al 5 per cento per il periodo d’imposta di avvio e i quattro successivi quando vengono rispettate tutte le condizioni previste per le nuove attività.
5. Nel forfettario si possono scaricare le spese?
Il reddito non viene normalmente calcolato sottraendo analiticamente tutte le spese. Viene utilizzato il coefficiente di redditività previsto per l’attività. I contributi previdenziali obbligatori seguono invece le specifiche regole di deducibilità.
6. Chi è forfettario deve pagare l’INPS?
Sì. Regime fiscale e contribuzione previdenziale sono aspetti distinti. L’importo e il metodo di calcolo dipendono dalla gestione previdenziale alla quale il lavoratore è iscritto.
7. Esiste ancora lo sconto INPS del 35 per cento?
Per gli artigiani e commercianti aventi diritto, l’INPS ha confermato anche per il 2026 il regime previdenziale agevolato che prevede una riduzione contributiva del 35 per cento, soggetta alle relative condizioni e procedure.
8. Il forfettario conviene per tutte le attività?
No. La convenienza dipende dal rapporto tra fatturato, costi reali, coefficiente di redditività, contributi e situazione personale. Ogni attività deve essere valutata singolarmente.
Conclusione
Il regime forfettario 2026 può rappresentare una soluzione molto interessante per professionisti, autonomi e piccoli imprenditori, ma la sua convenienza non dovrebbe mai essere valutata guardando soltanto all’aliquota del 5 o del 15 per cento.
La soglia ordinaria di riferimento è 85.000 euro, mentre il superamento di 100.000 euro comporta conseguenze immediate sulla permanenza nel regime. È inoltre essenziale considerare il coefficiente di redditività e soprattutto la contribuzione previdenziale, due elementi che possono fare una differenza sostanziale nel risultato finale.
Due Partite IVA con identico fatturato possono infatti ottenere redditi netti molto differenti, a seconda della loro struttura di costi, del coefficiente di redditività e della gestione previdenziale. Per questo, prima di scegliere il regime fiscale, è opportuno simulare ciò che rimarrà realmente dopo contributi, imposte e costi dell’attività, confrontando il forfettario con le alternative disponibili.
La semplicità amministrativa del forfettario è un vantaggio che non va sottovalutato, ma non deve diventare l’unico criterio di scelta. Una decisione fiscale consapevole è quella che considera tutti gli elementi e che viene presa dopo aver valutato la propria situazione specifica, magari con il supporto di un professionista che possa aiutare a districarsi tra le diverse opzioni. Il regime forfettario è uno strumento potente, ma come tutti gli strumenti, va usato con conoscenza e consapevolezza.
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